Dalla libreria al cinema #35 – Cecità

Doveva essere il 2006 o il 2007 quando iniziò la mia storia d’amore con lo scrittore portoghese José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías, 2010), galeotto un mio ex-alunno che me lo fece conoscere: il romanzo era Cecità (Ensaio sobre a Cegueira, 1995) e mi folgorò a tal punto che da allora sto recuperando l’intera bibliografia dell’autore. Di recente hanno riproposto in televisione il film tratto da Cecità, che io non conoscevo: dopo la visione ho provato, irrefrenabile, il desiderio di ritornare al romanzo e di ritrovare tutta la ricchezza che il film non ha potuto rendere.

In un luogo imprecisato dell’età contemporanea un’improvvisa e anomala epidemia di cecità colpisce la popolazione: l’uno dopo l’altro uomini, donne, ragazzi cominciano a vedere tutto bianco. Sulle prime le autorità, ancora vedenti, pensano di arginare il contagio isolando i ciechi, ma col trascorrere delle settimane nessuno viene risparmiato e la città piomba nell’anarchia: case e strade diventano terra di nessuno, la sporcizia e il degrado sommergono la popolazione, dilagano egoismo, superstizione e violenza. Solo un gruppo di sette persone, grazie alla presenza tra loro di una donna che ha conservato inopinatamente la vista, riesce a preservare almeno un minimo di dignità e di umanità.

La narrazione, come spesso accade nei romanzi di Saramago, parte da una premessa surreale, o almeno inspiegabile, e si dipana però poi in maniera assolutamente realistica, rappresentando efficacemente e drammaticamente uomini e donne che potrebbero essere ciascuno di noi, vicende e azioni di cui potremmo essere a nostra volta i protagonisti. In questo modo lo scrittore conferisce a molte sue opere un doppio livello di lettura: uno letterale, sempre capace di coinvolgere e incuriosire il lettore, ed uno simbolico-allegorico, che è quello che naturalmente contiene i significati più profondi.image_book.php

Anche Cecità è dunque una sorta di apologo a tesi, ben sintetizzato dalle parole della moglie del medico che chiudono il romanzo: “(Siamo) ciechi che, pur vedendo, non vedono”. La misteriosa epidemia, che si risolve inspiegabilmente così come è cominciata, ha fatto emergere il lato più oscuro dell’uomo, la sua inettitudine, il suo egoismo, la sua malvagità, lo ha fatto precipitare in breve tempo in una bestialità senza dignità, vile e violenta, risvegliando gli istinti più primitivi e più vergognosi.

Questa degenerazione morale trova il suo specchio nella degradazione dell’ambiente, di cui l’autore è riuscito a rendere realisticamente il disgusto. Ma Cecità è anche una galleria di personaggi, di nessuno dei quali viene fatto il nome, il cui carattere si delinea progressivamente attraverso le loro parole, le loro azioni e anche gli interventi del narratore, ora toccanti ora graffianti. E come spesso accade in Saramago sono i personaggi femminili quelli che presentano doti più spiccate di saggezza e umanità: sono più autentiche, dignitose e solidali, più forti anche nella disperazione, dalla mimageoglie del medico alla donna che dice “Dovunque andrai, verrò”.

E il caratteristico stile del Saramago maturo, che ha abolito le virgolette a racchiudere le battute dei personaggi, i punti interrogativi e altri segni grafici diventa, così serrato, la scrittura che meglio esprime la tensione e l’angoscia fino alla rinascita.

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Realizzare un film da un libro di tale spessore e originalità è impresa da far tremare le vene e i polsi. In effetti lo scrittore si oppose a lungo ad una trasposizione che rischiava di banalizzare la sua opera, infine però accettò di concedere i diritti e Fernando Meirelles (San Paolo del Brasile, 1955) ha raccolto la sfida. Il risultato è Blindness Cecità (2008), con Julianne Moore e Mark Ruffalo. Il film è onesto nel rispetto della trama e dei temi fondamentali del libro. D’altra parte, inevitabilmente, la pellicola non riesce a restituire la profondità metafisica del dramma rappresentato da Saramago.