Castelli di Rabbia – Alessandro Baricco

Una similitudine che mi si è spalmata sulle sinapsi, già da pag. 50 di questo libro, è quella di un vestito. Uno di quei vestiti settecenteschi, damascati, tutto pizzi e merletti e bustino. Bello da morire. Ma… un vestito del genere non si può pensare di indossarlo costantemente. Non a meno di volersi sentire un pelino fuori dal tempo o, quanto meno, scomodi. Questo libro è così. Permeato costantemente da emozioni e filosofie di sconcertante bellezza, malessere costante e angoscia esistenziale.

Personaggi costantemente sul cornicione della vita, che oscillano tra desiderio di annientamento e di bruciante passione, ergo vita.
La necessità di iper analisi non è realistica. E un modo per amare un libro è, in qualche modo, leggere se stessi o il proprio mondo tra le righe. Almeno un po’, leggercisi dentro.

Con Baricco non ce la fai. La costante consapevolezza del dolore senza scampo e della necessità di salvezza fa sembrare Werther un burlone ottimista. Ma…
Ma disseminate per questo libro, per tutte le duecentoventidue pagine dell’edizione Feltrinelli, ci sono millemila perle di rara stravolgente bellezza. Perle che chiunque porterà dietro sempre. Intelligenti metafore e brillanti similitudini. Il problema è che queste perle non formano una collana. La linearità scordatevela. Le perle sono sparse sul pavimento dell’intero romanzo, e il lettore ci scivola sopra, battendo musate contro gli spigoli di un “barocchismo-baricchismo” che fa venire il mal di testa.

Io, la linearità che gradisco in un romanzo che tratta temi profondi e\o drammatici, qui l’ho incrociata soltanto intorno a pag 182, in un breve scambio epistolare tra due personaggi. C’era ironia, purezza, realtà, normalità.

Poi il meccanismo torna a incepparsi ed è tornato il girotondo vorticoso verso il fondo delle cose.
Va detto che, al di là di tutto, si tratta di una lettura interessante da fare, magari diluendola nel tempo.

N.B. il monologo di Hector Horeau, uno dei personaggi, a pag. 204, vale da solo la “fatica” di questa lettura.
Non me ne vogliano i Baricchiani. Come ho detto ieri a M.: Baricco è un pazzo pericoloso. Geniale. Ma un pazzo pericoloso.