Carne mia – Roberto Alajmo

Palermo, anni novanta. Una famiglia semplice, un quartiere popolare. Padre, madre, due figli. Una bancarella di frutta e verdura abusiva. La vita che procede quotidianamente, fino a che, da una sera, il papà, il signor Calogero, non fa più ritorno a casa.
La bancarella dovrà essere portata avanti dalla madre e dai figli, Franco ed Enzo. Enzo è il più grande ma sembra il più piccolo. E viceversa. Enzo non ha voglia di lavorare e passa le sue giornate a letto. Franco si impegna per aiutare la madre a casa e al lavoro. Poi Enzo conosce Ivana e la sposa. E Ivana rappresenta il male. Ognuno di noi dovrebbe avere dentro una parte di bene e una parte di male.

E invece, nella letteratura come nella realtà, esistono persone che in sé portano solo del male. E lo stesso fanno agli altri.

E qui la storia di Enzo e Ivana ha un epilogo tragico ed inaspettato.
Senza perdere il ritmo serrato, la storia ricomincia da capo, in Spagna, dove Franco e la madre (e il nipotino) cercano di rifarsi una vita. E ci riescono. Fino a che il passato non torna a bussare alla porta. Il significato di questo romanzo sta proprio lì,  nel passato che torna a presentarci il conto. Sempre.

Una storia ciclica,  dal ritmo incalzante e che si legge in un soffio; ma solo in apparenza semplice, perché ci colpisce nei nodi più viscerali e ci resta dentro. Una scrittura tersa, che lascia spazio alla storia e ai personaggi e che allo stesso tempo ci coinvolge tutti; perché semplicemente, anche se semplice non è, va a fondo e scava in ciò che veramente conta, e che ritorna, sempre:  le origini, la famiglia, il richiamo del sangue e della carne.