Carnaio – Giulio Cavalli

Inevitabilmente incuriosita e attratta dalla trama sul risvolto, in cui si parla di somiglianze con la narrativa di Saramago, il secondo romanzo finalista del Premio Napoli che ho affrontato è stato Carnaio (2019) di Giulio Cavalli (Milano, 1977), drammaturgo, scrittore e politico italiano.

DF è un piccolo paese di pescatori la cui vita viene sconvolta a primavera da un evento inspiegabile e terribile: prima uno, poi un altro e col trascorrere delle settimane centinaia di migliaia di cadaveri di pelle nera e incredibilmente simili tra loro vengono sbattuti dalle onde del mare sulla spiaggia e sull’abitato. A Roma, nonostante da DF vengano richieste sempre più pressanti e disperate di aiuto, si tergiversa; la comunità del paese organizza allora da sé gli interventi per fronteggiare l’emergenza. Inizialmente sembra che tutto proceda bene, e DF diventa una città-stato all’avanguardia, efficiente e ricca. Ma una vicenda tragica e paradossale come questa mette infine a nudo gli istinti più egoisti e brutali.

È impossibile non sentire in questo racconto l’eco delle vicende del nostro tempo, di quei viaggi dei disperati dall’Africa verso l’Europa che troppo spesso si concludono in naufragi e stragi di innocenti. DF è un paesino che si intuisce siciliano, anche se non è detto esplicitamente, e che si trova a doversi confrontare con una emergenza che nel romanzo assume aspetti grotteschi, ma che evidentemente allude alle difficoltà gigantesche che Lampedusa e la Sicilia devono più di tutti affrontare.

Giulio Cavalli racconta una storia che inizialmente ha tutti i caratteri del realismo e poi diventa surreale, restando però allusiva alla realtà:  i cadaveri numerosissimi e tutti identici, in particolare, fanno evidentemente riferimento alla percezione distorta che tanti occidentali hanno dei migranti, come se fossero orde di invasori indistinguibili l’uno dall’altro. L’autore adopera inoltre una prosa che rinuncia al rispetto rigoroso delle regole di punteggiatura. Queste caratteristiche possono ricordare Saramago, anche se lo scrittore portoghese è stato capace di idee narrative più complesse e potenti e di una scrittura ancora più ardita. In ogni caso, ancora come Saramago, Giulio Cavalli interpreta in maniera fortemente critica la nostra contemporaneità: la politica inefficiente o, in alternativa, corrotta; l’egoistica cura del particulare; l’assenza di pietà; e poi ancora la deformazione della verità e la violenza del potere. Ricorrono inoltre frequentemente alcuni termini che ci riportano al dibattito politico italiano di questi ultimi anni: “invasione”, “ruspa”, “reddito di cittadinanza”, “sovranismo” e “università della vita”, gettati nel testo con nonchalance a ricordarci però che questa storia ci riguarda; e se possono farci a volte sorridere, il sorriso è quello amaro di chi ha cuore le sorti tradite dell’Umanità.

Dell’Umanità con la “u” maiuscola. Perché quello che Giulio Cavalli ci ricorda, con la sua storia agghiacciante, è che stiamo precipitando verso la barbarie; e che alla fine, se non invertiremo la rotta, il travestimento della civiltà cadrà e resterà solo l’autodistruzione.