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Busti d’autore #2 – Leonardo Sciascia

C’è uno scrittore italiano del quale mi sono innamorata. Un colpo di fulmine, circa sette anni fa.

Cercavo un romanzo sulla mafia da far leggere ai miei studenti e mi imbattei nel Giorno della civetta di Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989). Rimasi folgorata. Scoprivo un piccolo gioiello di costruzione narrativa, un breve romanzo “giallo” (ma la definizione è riduttiva) che in una prosa semplice e appassionata delineava in maniera efficacissima situazioni, personaggi e problemi, inchiodandomi alla pagina. Pubblicato nel 1961, il libro esplose allora come una bomba: nessuno prima aveva raccontato con serietà e verità la mafia e le connivenze tra mafia e politica. Oggi quella terribile realtà è ben nota, anche perché ancora attuale; ma a me è rimasto nel cuore, in particolare, il protagonista del romanzo: ex-partigiano, parmense, con il culto della libertà e della verità, il capitano dei carabinieri Bellodi scopre il dramma siciliano e abbraccia fino in fondo la causa della lotta alla mafia. La cultura, la pensosità, i valori e gli ideali di quel personaggio mi conquistarono, tanto che ancora oggi, quando sono presa dallo sconforto, ripenso sempre a lui e alla sua caparbia, fervida giovinezza.

Per anni non ho letto altro di Sciascia, mentre sono tornata più volte al Giorno della civetta. Dopo un’emozione così intensa, avevo paura di restare delusa.

Finalmente, un paio d’anni fa, ho rotto il ghiaccio con Todo modo, un altro breve romanzo pubblicato nel 1974. Si tratta di un’opera senz’altro più matura: più complessa la trama, più complessa la psicologia dei personaggi e più complessi anche i dialoghi. Un altro “giallo”, ambientato questa volta in un eremo; un altro piccolo capolavoro, nel quale lo scrittore continuava la serie delle sue indignate denunce puntando il dito contro le connivenze criminali tra banche, politica e Chiesa di Roma. Questa lettura però mi lasciava in bocca un sapore molto amaro: l’autore, fattosi più cupo e pessimista, non aveva potuto più dare vita ad un personaggio romantico, forse irreale ma estremamente affascinante, come il capitano Bellodi. E aveva rinunciato anche, emblematicamente, a dare soluzione al caso “poliziesco”.

Per un anno ancora non ho letto altro di Sciascia finché, presa da una sorta di raptus, ho letteralmente divorato, uno dopo l’altro, nove suoi libri: sette romanzi e due raccolte di racconti.

I romanzi, accomunati dalla trama “gialla” e tutti successivi al Giorno della civetta, riflettono il crescente pessimismo dell’autore: in questo senso il messaggio di speranza del Giorno… resta, io credo, isolato. Le narrazioni non sono condotte tutte allo stesso livello: d’altra parte nessuno scrittore, soprattutto quelli molto prolifici come Sciascia (che ha scritto ben più di ciò che io ho letto di lui), riesce ad esprimersi sempre all’apice della propria arte. Ma ognuna di queste opere mi ha catturata e mi ha tenuta avvinta alla trama fino alla sua conclusione. Questo vale soprattutto per A ciascuno il suo, del 1966: arrivata all’ultima pagina, ho voltato, credendo che ci fosse altro da leggere; invece non c’era nulla: il finale è semplicemente agghiacciante nella sua semplicità. Anche tra i racconti qualcuno ha lasciato un segno dentro di me: come Filologia e Gioco di società, compresi nella raccolta Il mare colore del vino (1973); e Il silenzio e Una commedia siciliana, dalla raccolta Il fuoco nel mare (postuma).

Ci sono tanti altri aspetti e tanti altri titoli su cui soffermarsi: non posso non ricordare la passione risorgimentale e resistenziale dello scrittore, che emerge orgogliosa da tanti suoi scritti; non posso non citare quell’altro piccolo capolavoro che è La scomparsa di Majorana (1975), ricostruzione emozionante e drammatica della sorte del giovane fisico siciliano del quale non si seppe più nulla da un giorno di marzo del 1938…

Ma non voglio dilungarmi oltre: a breve pubblicherò, l’una dopo l’altra, tutte le recensioni dei libri di Sciascia che ho letto. Spero che il mio lavoro contribuisca, nel suo piccolissimo, alla rivalutazione di un autore per lo più dimenticato e che invece merita di essere riscoperto, sia per le sue indubbie qualità di narratore che per i contenuti a volte profetici, spesso ancora attuali, delle sue pagine.

Apparteneva alla generazione di mio padre, Leonardo Sciascia, anche se purtroppo è vissuto molto meno; ma proprio perché ha attraversato gli stessi anni e gli stessi drammi italiani di cui io sentivo parlare in famiglia (capendo naturalmente, allora, assai poco), questo scrittore lo sento vicino, come se fosse stato seduto anche lui alla nostra tavola a dibattere di politica, di etica, di speranze tradite. Forse sento Sciascia particolarmente vicino, a differenza ad esempio di un Italo Calvino, anche perché era meridionale come me, con la sua Sicilia sempre, dolorosamente, nel cuore e nella penna: siamo di quei meridionali onesti, che amano la propria terra e si sentono traditi dal malcostume e dalla corruzione; perché non riusciamo ad accettare che si sprofondi nell’abisso dell’illegalità e della disumanità.

Siamo di quelle persone a cui gli eventi della storia hanno insegnato il pessimismo, ma non hanno tolto la passione, la volontà – di più: il bisogno morale – di denunciare; almeno questo, se siamo impotenti a cambiare lo stato delle cose.

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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