Bianca come il latte, rossa come il sangue – Alessandro D’Avenia

Questo libro è una fiaba. Contemporanea, a tratti si perde, non estremamente rifinita – ma capace di far sognare.

Arrivo in ritardissimo con questa recensione, ma ammetto di aver tentennato a lungo prima di decidermi a leggerlo. L’ho notato subito, sin dalla prima volta in cui l’ho visto in libreria – complice la splendida copertina – ma c’era sempre qualcosa che mi faceva preferire qualcos’altro, in quel momento. Forse l’aver letto qualche recensione non proprio lusinghiera, forse il timore di cadere nel solito Moccia-style, forse – ancora più malcelata  – la paura di non essere più in grado di capirlo e apprezzarlo appieno, data l’età anagrafica che si allontana sempre più da quella dei personaggi. Insomma, lo lasciavo sempre lì.

Fino a poco tempo fa, quando – complice anche la nuova riedizione economica – mi sono decisa. E, alla fine, sono contenta di averlo fatto.

Per prima cosa, il titolo. Io ho adorato fino allo spasimo la fiaba italiana di Italo Calvino dalla quale è tratto – ho sempre pensato che quel “bianca come il latte, rossa come il sangue” potesse contenere altre mille e mille storie, che aspettavano solo di essere raccontate. In questo caso si incastra alla perfezione con la storia narrata, piccolo colpo di genio dell’autore (o dell’editor? non ci è dato sapere) che ha scovato un titolo davvero suggestivo.

Questo libro parla di amicizia, di malattia e di morte – ma soprattutto d’amore, che in un certo strano modo comprende tutte le cose citate prima. Durante l’adolescenza siamo facilmente preda di grandi e brucianti passioni, non importa se a senso unico – come in parte accade a Leo, protagonista del racconto – perchè quello che conta davvero è amare, come verbo transitivo. Ci innamoriamo di qualcuno perchè nella sua immagine vediamo riflessa la nostra, quello che ci manca e che vorremmo essere, o quello che siamo stati tanto tempo prima e abbiamo perduto. L’amore di Leo per Beatrice è pura e piena voglia di vivere, che racchiude tantissime cose: dai cieli estivi stellati alle prime corse in bicicletta, dai brutti voti ai primi piccoli successi, dai litigi con gli amici alle ginocchia sbucciate in cortile durante una corsa. Lentamente, mentre il suo rapporto con lei cresce, Leo scopre che il bianco – colore che da sempre lo angoscia, simbolo del vuoto – può contenere in sé un mondo intero, caldo e colorato.

La paura che Leo prova alla prospettiva della morte di Beatrice è, al di là dell’affetto sincero che sente per lei, il terrore di perdere una parte di se stesso ancora acerba ma bellissima, splendente, luminosa. Paura di non sentirsi mai più così, se lei non dovesse più abitare questo mondo. Eppure è proprio Beatrice, nei suoi ultimi giorni, a mostrargli quanto può essere soprendente la vita, quanto vada sempre avanti a prescindere da quello che succede – e quanto possono essere profonde e tenaci le risorse che custodiamo dentro di noi senza saperlo.

L’autore è un professore di lettere giovane e appassionato, capace di raccontare gli adolescenti e i loro piccoli e grandi drammi con facilità e sincerità, senza mistificazioni. Un calderone che ribolle di emozioni rosse e tenaci, mischiate a sentimenti bianchi e lievi. Un piccolo ma potente inno alla vita.

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