Artico Nero – Matteo Meschiari

Antropofiction.

È questo il genere che in quarta di copertina descrive Artico Nero  (Exòrma Editore, in uscita il 17 Novembre e presentato in anteprima al Pisa Book in Town 2016), di Matteo Meschiari. E non potrebbe esserci definizione migliore per un libro a metà tra il saggio antropologico e la narrativa. Il tema? Come dice il sottotitolo, “la lunga notte dei popoli dei ghiacci”: sette storie, in diverse regioni del Nord: la Siberia, la Norvegia, la Groenlandia, il Canada, l’Alaska che, oltre al freddo, hanno in comune l’essere stati, e l’essere ancora, vittime, di colonizzazioni occidentali o di cambiamenti climatici. Dagli spostamenti forzati in Canada alla vendita di donne come tributi in Russia, all’importazione di eschimesi in America: tutto fatto in nome di una “civilizzazione” che altro non è che omologazione culturale e conseguente depressione dei popoli coinvolti (“quando cambiano i sogni, i sogni vecchi non funzionano più“).

Un primo acop_artico_nerospetto del libro è la sua onnicomprensività e multi-vettorialità:  il libro come un cerchio, che si riflette graficamente nello Geografia artica rappresentata sulla pagina iniziale e  strutturalmente nella circolarità dei capitoli che si aprono e si chiudono in Siberia. Al suo interno, appunto come dei vettori, si muovono tanti elementi, forse opposti ma proprio per questo capaci, nel loro bilanciarsi, di creare una forte armonia: narrativa e saggistica, dati reali e racconti inventati, storie di individui e storie di popoli, natura e città, passato e presente, e per finire musica, film, immagini, citazioni da Frank Zappa a Tacito. Contraltari, doppi, opposti che non si annullano ma raddoppiano il valore del libro.

È come se il lettore “fluttuasse” in questa molteplicità di aspetti, in questo cerchio ben delimitato, senza mai perdersi. La lettura scorre benissimo tra, da un lato, analisi socio politiche, dati reali e denunce di episodi accaduti, (per citarne uno il risveglio, in Siberia, di un virus per anni addormentato nel permafrost e tornato alla luce a causa del surriscaldamento globale); dall’altro, descrizioni di luoghi e popoli remoti, delle loro tradizioni, dei loro miti, ma soprattutto delle singole persone che li componevano, attorno alle quali vengono inventate e immaginate storie. Infatti, dice l’autore: “io non cerco la verità, mi interessa l’intensità. Ovviamente provo a dire la verità, ma provo dirla in un modo che è già invenzione.”

Il tutto amalgamato da uno stile incisivo, che arriva al lettore e lo coinvolge anche scomodamente (Parliamo di colonialismo, tu e io, da casa, dai nostri divani. […] L’hai provata la foca radioattiva? Io no. Neanche tu. Il punto è tutto qui. La morte. C’è chi la incontra prima, per colpa di qualcuno). Le frasi sono lapidarie, anche nelle immagini che evocano (“la renna è aperta come una farfalla di carnenel cielo le stelle divennero grosse e livide come le unghie di un morto”; “la luna era uno spirito malvagio”). Immagini che poeticizzano la violenza, o violentano la bellezza (e sinonimo del mondo occidentale che violenta letteralmente i popoli descritti).

Il tono che emerge dal libro sembra poi quasi diviso a metà (un’altra “contrapposizione” che contribuisce all’armonia di fondo): da un lato una forte indignazione che traspare nei racconti delle operazioni di colonizzazione portate avanti e camuffate come opere di bene (“È il tipico discorso coloniale. Evocare l’eguaglianza davanti alla legge per respingere le richieste delle minoranze etniche. Creare uguaglianza giuridica per negare la diversità culturale.”) Dall’altro una scrittura sommessa, quasi sussurrata, carica di rispetto nel descrivere i popoli, le loro tradizioni, il loro essere ed esserci, esistere, per davvero, come persone, con occhi, sogni, paure.

Concludo con un passo del libro in cui si descrive un aspetto della poesia epica dei Nenet, popolo siberiano: “Per i Nenet, un altro tratto caratteristico della cavalcata nella tundra, o nell’altro mondo, è l’elemento sonoro. [] Non si tratta di semplici sensazioni uditive. Sono un intero spazio prodotto dai suoni, sono un paesaggio sonoro. Lo sciamano inizia a cantare. Il canto racconta il viaggio, i suoni nel canto compongono lo spazio del viaggio. C’è la tenda, che è lo spazio rituale, c’è il canto che è lo spazio poetico del viaggio nella tundra e nell’aldilà. Che cosa accade? Lo sciamano sta portando la tundra nella tenda. Con la sua voce.”

Matteo Meschiari, con la sua voce, ha portato la tundra, i suoi spazi sconfinatati, i suoi popoli, le tradizioni, “il dolore, il freddo, lo smarrimento, la rabbia di essere stati fottuti con false promesse, il pianto dei bambini. Le persone, Cristo”, nella nostra comoda tenda di occidentali.  Per questo, vale davvero la pena di leggere Artico Nero.