Anni Senza Fine – Clifford D. Simak

Romanzo di fantascienza piuttosto atipico questo “Anni Senza Fine”, specialmente per il periodo in cui è stato pubblicato (1944-1952), perché incentrato maggiormente sull’aspetto evoluzionistico piuttosto che sulla tecnologia. Da questo punto di vista il libro può essere considerato una sorta di saga generazionale non incentrata propriamente sull’uomo, ma che spesso utilizza l’umanità come spunto per una serie di profonde riflessioni filosofico-esistenziali sulla nostra natura intrinseca e su quella delle specie animali in generale.

La struttura del libro è assolutamente brillante: l’opera si divide in 9 racconti presentati come se fossero delle leggende narrate dai veri protagonisti del romanzo, i Cani. Ciascun racconto è preceduto da considerazioni scritte da esperti e studiosi canini (sì, sanno parlare e scrivere; qualcuno forse gliel’ha insegnato, loro invece sostengono che si sono evoluti per conto proprio) che ne valutano i contenuti e cercano di stabilire quanto sia attendibile l’esistenza di questo essere mitologico chiamato “uomo”. Da questi scritti tramandati di generazione in generazione (i fatti narrati partono dal 2008 fino ad arrivare all’anno 1.000.000) veniamo a conoscere le tappe principali della storia della Terra, che ha visto profondi e pesanti cambiamenti nei suoi vari ecosistemi. E lo sviluppo di ciascuno di questi “sistemi-animali” (tra cui anche quello dei mutanti e dei robot) è il cardine principale su cui ruota l’intera storia: Simak gioca moltissimo sul concetto di evoluzione presentando parallelamente al lettore diversi di questi sistemi, stravolgendone il percorso e infine descrivendone il conseguente adattamento e sviluppo futuro. Il tutto con la mano dell’uomo (in particolare di una specifica famiglia, i Webster, con l’importante supporto del loro fidato robot-tuttofare Jenkins) sempre e costantememente posata sul timone della storia, dato l’enorme peso che alcune sue azioni e decisioni hanno comportato per l’intero pianeta.

La dimensione generale di questo romanzo diventa chiara molto lentamente, durante la lettura. Se ne intuisce la grandezza, ma – almeno per quanto mi riguarda – non la si riesce ad afferrare completamente, forse a causa di un’impronta un po’ troppo dispersiva di alcuni passaggi. Inoltre ho trovato lo stile di scrittura eccessivamente carico di ripetizioni e rafforzativi, il che ha appesantito – e un pochino peggiorato, ahimé – l’esperienza generale.

Mi sento comunque di consigliarne la lettura a tutti (è piuttosto breve, si divora in un attimo), perché il suo pregio più grande è proprio quello di riuscire a far riflettere.

“I mutanti che avevano avuto successo si erano adattati al mondo che li circondava, avevano piegato i loro poteri mentali superiori in modo che potessero essere incanalati entro schemi di azione accettabili dalla massa e dalla mentalità comune. E questa necessità aveva opacizzato la loro splendida utilità, aveva limitato le loro capacità, aveva impoverito la loro abilità, a causa delle restrizioni necessarie per vivere in un mondo di uomini mediocri.”