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Altrove, forse – Amos Oz

Sono tornata agli scrittori israeliani, a cui ho dedicato il 2016, e non ne sono pentita. Anche se questa volta la mia scelta è caduta su un romanzo che presenta qualche pecca, la lettura è stata ugualmente interessante: il libro si intitola Altrove, forse (Maqom acher, 1966) ed è il primo romanzo di Amos Oz (Gerusalemme, 1939), uno degli intellettuali israeliani impegnati in prima linea per la pace in Medio Oriente. A distanza di circa mezzo secolo dalla sua pubblicazione, il romanzo è stato tradotto in italiano nel 2015.

La vicenda si svolge in kibbutz, una comunità che si ispira ai principi del socialismo coniugandoli con quelli della religione ebraica. La vita degli abitanti è sobria e povera, scandita rigidamente dal lavoro, dai pasti comuni, dalle riunioni e dalle celebrazioni. Qui cresce con il padre e il fratellino la giovane Noga Harismann: la madre li ha abbandonati per seguire il sogno di una vita ricca e scintillante in Europa. Il padre non riesce ad accettare l’abbandono e trova un conforto solo momentaneo in Bronka, peraltro sposata e madre di due figli. Noga, divisa tra l’amore per il padre e quello per la madre, inquieta come e più di tanti adolescenti, vedrà cambiare la sua vita nell’estate dei suoi 16 anni.

La storia, che dalle vicende della famiglia Harismann si allarga anche a quelle di altri abitanti del kibbutz, è narrata da una voce interna anonima e questo diventa un primo elemento di debolezza del romanzo: tale narratore, in quanto interno alla storia, non può conoscere i sentimenti più profondi dei personaggi che invece vengono descritti dettagliatamente, talvolta in una sorta di flusso di coscienza. Il racconto scorre inoltre piuttosto lento attraverso gli eventi di quella estate fatidica, e a volte diventa pesante.

Nonostante gli innegabili limiti di questa opera prima, Altrove, forse è un romanzo interessante e di lettura complessivamente piacevole. I personaggi sono tratteggiati

in maniera efficace, nell’aspetto fisico e nella loro complessità e nelle contraddizioni profonde dei caratteri; la vita del kibbutz con i suoi ideali abbracciati con maggiore o minore convinzione dai suoi abitanti è rappresentata con vivacità; i paesaggi tra la valle faticosamente coltivata strappandola all’aridità e le montagne che incombono eterne e minacciose su di essa acquistano una consistenza estremamente realistica; il conflitto con le popolazioni arabe circostanti è una nota di sottofondo che non tace mai. Come spesso accade nei romanzi degli scrittori israeliani, la storia, per quanto presenti tratti universali, è infine una storia israeliana, che solo lì potrebbe svolgersi: solo in quei paesaggi aridi e inospitali e in quell’incubo costante di guerra che influenzano vite e caratteri in maniera assolutamente unica.

La voce narrante ha pure un pregio: ora aderisce senz’altro ai sentimenti, agli umori e agli ideali degli abitanti del kibbutz, ora se ne distacca con un tocco di leggera ironia, diventando una sorta di anima critica. Questo consente anche al lettore di riflettere sull’esperienza del kibbutz: l’autore ne sottolinea la durezza come anche l’approccio ambiguo di alcuni abitanti; tuttavia è in piena sintonia con quelli tra i personaggi che in maniera più piena, consapevole e appassionata aderiscono al progetto. In una intervista del 2012 Oz, che ha vissuto in kibbutz dal 1954 al 1986, proponeva un ritorno a quel modello, seppure in una forma più morbida e tollerante, nel nome della solidarietà e contro l’individualismo e l’arrivismo del sistema occidentale.

Emerge chiaramente già in Altrove, forse che Oz non aveva simpatia per il modello capitalistico; cinquanta anni dopo a maggior ragione. E per molti versi non a torto.

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Recensione di
D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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