Almeno il cappello – Andrea Vitali

Ho scoperto Andrea Vitali leggendo i suoi racconti pubblicati sulla mia rivista preferita. Mi piacevano per il suo modo di caratterizzare i personaggi e per l’ironia indulgente che ne traspariva.
Poi, in occasione della laurea magistrale, due amici mi hanno regalato Almeno il cappello e ho avuto l’onore di leggere per la prima volta un suo romanzo. Quattrocento pagine divorate in pochi giorni.

L’atmosfera paesana che avvolge la narrazione è la stessa dei racconti: i personaggi si muovono tra Bellano e dintorni e tra essi spiccano il vedovo e fresco di secondo matrimonio Evelindo Nasazzi, sua moglie Noemi, giovane ma avvezza a comandare come un maresciallo (anche a suon di schiaffoni), Onorato Geminazzi, neoassunto ragioniere dell’ospedale bellanese Umberto I, e sua moglie Estenuata, artefice di questo “avanzamento di carriera” ed estenuata – appunto – dalle sei gravidanze. E dietro di loro molti altri, con i problemi, le fissazioni, i segretucci e i vizi che costellano la vita di ogni essere umano.

A collegare le loro storie e a fare da collante alla narrazione è il tortuoso percorso intrapreso dalla scalcagnata fanfara bellanese per tentare di trasformarsi in un Corpo Musicale a tutti gli effetti e dotato – perciò – di una sede adeguata e di divise dignitose per i suoi suonatori. Percorso costellato di imprevisti ma anche di piccole vittorie, grazie soprattutto alla caparbietà del  Geminazzi, prescelto come guida della banda in divenire.
Ma, alla fine, quando il romanzo si chiude le cose sembrano essere tornate al punto di partenza. Non c’è una vera evoluzione, tanto che mi è tornata alla mente la celebre frase de Il gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Il paese, pur sconquassato da mille fatterelli quotidiani, rimane sempre lo stesso, ancorato al suo assetto originario.
 
Sullo sfondo, vediamo uno squarcio dell’Italia fascista di fine anni Venti. Vitali fa dell’ironia la sua arma principale, utile per sdrammatizzare e attenuare i toni, ma non per questo rinuncia a mettere in evidenza in alcuni passaggi i soprusi che il partito al potere attua a danno di chiunque gli sbarri la strada.
 
Lo stile pulito, fatto di frasi essenziali e di un periodare prevalentemente paratattico, rende Almeno il cappello un romanzo dotato di ritmo, che trascina il lettore verso la fine quasi senza che se ne renda conto. I capitoli molto brevi si susseguono alternando i vari intrecci narrativi, contribuendo a dare l’impressione di un rapido evolvere delle vicende senza però far mai perdere l’orientamento.
E quando si arriva al traguardo e si scopre che nulla è cambiato… beh, si assiste ad un piacevole colpo di scena!