Alabarde alabarde – José Saramago

Quando ho scoperto che era stato pubblicato, postumo, l’incipit dell’ultimo romanzo di José Saramago (Azinhaga, 1920 – Tías 2010) rimasto incompiuto per la morte dello scrittore, non ho resistito alla tentazione di acquistarlo subito, senza aspettare una successiva edizione economica. E non sono rimasta delusa, tutt’altro! Il rimpianto grande è invece per quei capitoli mai scritti che promettevano tanto. Come si apprende dalle pagine del diario di Saramago pubblicate in appendice al volumetto, l’ideazione del titolo del libro non è stata semplice, fino a che la scelta non è caduta su Alabarde alabarde (Alabardas, alabardas, espingardas, espingardas, 2014), che è davvero la soluzione più suggestiva.

 Artur Paz Semedo lavora per la fabbrica d’armi Bellona; incuriosito dalla visione di un film ispirato a L’Espoir di Malraux e da una conversazione con l’ex moglie Felícia, pacifista impegnata, l’impiegato comincia a indagare sul ruolo della Bellona durante le guerre del Novecento.

Partendo dalla constatazione (chi avrebbe potuto pensarci, se non Saramago?) che non si è mai avuta notizia di scioperi nelle industrie belliche e da un episodio della guerra di Spagna, quando una bomba non esplose perché sabotata dagli operai portoghesi che l’avevano fabbricata, lo scrittore ha concepito la sua ultima trama, originale e appassionante. Non sapremo però mai come procedesse e si concludesse la vicenda.1

Per meglio dire, stando ancora una volta al diario dello scrittore, pare che il romanzo dovesse chiudersi con un sonoro “Vai a cagare” che la protagonista femminile avrebbe rivolto ad Artur. Dal diario, inoltre, emergono anche altri indizi sullo svolgimento della trama. Ma naturalmente nulla può sostituire le pagine mai scritte dalla penna di Saramago.

I tre capitoli superstiti sono tra le cose migliori scritte dall’autore portoghese (e sempre dal diario apprendiamo che hanno avuto una genesi lunga e tormentata): i personaggi, anche quelli secondari, sono tratteggiati efficacemente, coerenti e credibili nella loro peculiarità vagamente surreale (paradosso tipico delle creature di Saramago); gli ambienti sono descritti con vividezza; e soprattutto aleggia nell’aria un mistero, sconcertante e terribile, creando un’atmosfera di curiosità e di tensione – il tutto condito dall’immancabile ironia dello scrittore.

Da autore impegnato qual era, Saramago voleva lasciare una riflessione etica sui temi della guerra, della politica, della corruzione che non ha potuto portare a termine. Quel che resta è veramente, tristemente, poco; eppure sufficiente a non lasciarci indifferenti.

Roberto Saviano, il noto giornalista napoletano impegnato contro le mafie, ha scritto un’interessante postilla al romanzo, in cui descrive gli Artur Paz Semedo che lui ha incontrato nella sua vita o di cui ha conosciuto la storia: personaggi positivi, che per il loro impegno contro corruzione e criminalità meritano la nostra stima, il nostro rispetto e, possibilmente, la nostra emulazione. Stando agli appunti di Saramago, tuttavia, non sembra che il protagonista di Alabarde alabarde potesse guadagnarsi la stessa considerazione.