A bocce ferme_Marco Malvaldi

La vicenda raccontata in questo romanzo giallo si svolge tra la questura e il BarLume nella località di Pineta, luogo immaginario (come la Vigata di Andrea Camilleri) e ormai nota agli affezionati lettori di Marco Malvaldi.

Tutto ha inizio con la lettura delle ultime volontà di Alberto Corradi, proprietario di una nota azienda farmaceutica del litorale toscano. Nell’atto viene nominato erede universale il figlio Matteo, ma la particolarità di questo testamento è che contiene anche un confessione. La confessione di un delitto, l’uccisione del fondatore dell’azienda – fondatore  e padre putativo- Camillo Luraschi.  Ciò obbliga a un salto indietro nel tempo, precisamente l’anno 1968, anche perché le indagini di allora, nel clima di fermento politico, un colpevole vero e proprio alla giustizia non l’avevano assicurato.

L’imbroglio nella linea di successione (Matteo non può ereditare ciò che il padre ha ottenuto con un delitto) porta gli inquirenti ad una riapertura delle indagini, di cui è incaricata Alice Martelli, fidanzata del proprietario dello storico BarLume, Massimo Viviani.

Alice non può fare a meno dell’”archivio vivente” costituito dai quattro vecchietti del BarLume, tutti coinvolti, anche se in modo diverso, nel movimento del sessantotto.

L’inchiesta si complica a causa di un altro delitto, fino ad arrivare alla svolta finale, nata come al solito da una felice intuizione di Massimo. A condire il tutto i ricordi, le testimonianze, i dialoghi sagaci e le battute micidiali dei vecchietti: Aldo, nonno Ampelio, Pilade e il Rimediotti. Personaggi diversi ma accomunati dall’essere sempre in polemica fra di loro e con il mondo. L’unico che forse riesce a tenerli a bada è Massimo. Da qui nasce la comicità che si affianca alla vicenda del giallo e che da sempre caratterizza lo stile di Marco Malvaldi.

In questo episodio, in particolare, si nota un elemento  nuovo: una maggior attenzione rivolta (rispetto agli altri romanzi) alla interiorità di Massimo, a causa della sua crisi di mezza età.  Si chiude in se stesso, accetta difficilmente critiche  e osservazioni. Ma la nota dolente è che, alla soglia dei cinquant’anni, si sente troppo vecchio per diventare papà, cosa che invece vorrebbe Alice.

Ciò che invece lo accomuna agli altri romanzi è la leggerezza unita alla tensione narrativa tipica del giallo e l’attenzione a un’Italia lontana dalla ribalta mediatica (di qualsiasi media si tratti), ma che invece rappresenta il paese “vero”, quello dei paesini o delle periferie, dei conti a fine mese, delle pensioni e dei figli, o nipoti, da crescere.