Dalla libreria al cinema #38 – Il racconto dell’ancella

Nel 1985 la scrittrice canadese Margaret Atwood (Ottawa, 1939) pubblicò un romanzo distopico che ha ricevuto il Premio Arthur C. Clarke e il Governor General’s Award e candidature a diversi altri riconoscimenti: il titolo, ispirato a Chaucer, è Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale).

Dopo un duro periodo di transizione e un tragico colpo di stato, gli USA sono diventati Repubblica di Galaad, un regime totalitario, teocratico e militarizzato, in cui le donne in particolare sono state private di ogni diritto e di ogni libertà e divise in categorie rigidamente distinte anzitutto dal colore degli abiti: le Mogli, le Zie, le Ancelle… Queste ultime portano lunghi e larghi vestiti rossi a maniche lunghe e, fuori di casa, anche delle alette che consentono loro di guardare solo davanti a sé; sono giovani donne fertili in un mondo in cui la sterilità si è diffusa enormemente a causa dell’inquinamento e, dopo un periodo di educazione sotto la supervisione delle Zie, vengono assegnate agli uomini più influenti della società, i Comandanti: il compito delle Ancelle è generare con essi i figli che le Mogli non sono in grado di concepire. I bambini vengono poi cresciuti dai Comandanti e dalle consorti. Alle Ancelle è dunque negata la possibilità di crescere i propri figli ma perfino anche l’identità: esse perdono infatti il proprio nome e acquistano quello del Comandante a cui vengono assegnate, preceduto dalla preposizione of (in italiano “di”). La protagonista del romanzo è appunto un’Ancella, Difred, divisa tra il ricordo della vita precedente al colpo di stato, quando aveva un compagno e una bambina, lavorava, poteva liberamente pensare e parlare e la nuova vita di ancella ridotta al silenzio, umiliata e asservita. Attraverso un’altra Ancella, Diglen, Difred entra però in contatto con il movimento di ribellione clandestino chiamato Mayday.

Il romanzo è narrato in prima persona da Difred, che non svela mai il suo vero nome e continuamente alterna il racconto delle settimane trascorse nella casa del Comandante Fred a flashback sul passato più o meno recente. L’autrice immagina inoltre che la testimonianza dell’Ancella venga recuperata a distanza di secoli aprendo una finestra su un’epoca oscura, barbarica, in cui le donne erano sottomesse e mortificate, relegate a ruoli passivi o comunque marginali: domestiche, economogli factotum, schiave per la procreazione, mogli dedite alla cura del giardino o al cucito…41MguzTGHzL._SX335_BO1,204,203,200_

Prima della fondazione di Galaad c’era stata l’epoca delle lotte femministe, a cui aveva partecipato anche la madre di Difred, e proprio contro le conquiste delle donne in ambito politico, lavorativo, familiare si orienta primariamente la nuova politica galaadiana: una donna che ha abortito viene umiliata e colpevolizzata in pubblico (l’aborto risale naturalmente a prima del colpo di stato, giacché a Galaad non è consentito abortire), una Ancella che intrattiene una relazione viene condannata a morte, la prostituzione è bandita ufficialmente ma in realtà ancora praticata a vantaggio dei Comandanti insoddisfatti.

A Galaad, come ci si può aspettare sotto un regime totalitario, la lettura, la scrittura e il pensiero sono censurati e l’informazione manipolata, mentre il potere si serve dei cosiddetti Occhi per sorvegliare i comportamenti della popolazione.

La scrittrice, notoriamente impegnata nelle battaglie femministe, con questo romanzo ha lanciato un messaggio contro il totalitarismo e l’oppressione della libertà; ma ci ha consegnato soprattutto un monito che riguarda specificamente le donne. Sottomesse per millenni, esse hanno rivendicato i loro spazi di autonomia e partecipazione, nella politica, nella società, nella famiglia; ma le conquiste di libertà non sono mai definitive: questa consapevolezza deve accompagnarci sempre. I diritti conquistati non devono mai essere considerati acquisiti per sempre: nel momento in cui si abbassa la guardia, allora si rischia di riprecipitare indietro. Difred prende le distanze dalle lotte femministe della madre (e dell’amica Moira), ma si trova a sperimentare poi sulla propria pelle il regresso della civiltà.

L’idea centrale del romanzo è certamente nuova: dare alla distopia il carattere di una odiosa, umiliante misoginia. È resa anche piuttosto efficacemente l’atmosfera tetra di un mondo sottoposto ad un controllo ferreo a cui non si può sfuggire e che punisce in maniera terribile chiunque non rispetti le regole imposte. I modelli letterari sono infine autorevolissimi: Huxley, Orwell, Bradbury. Tuttavia il romanzo non è del tutto all’altezza del progetto e delle aspettative del lettore che si accosta ad esso: mancano purtroppo il vigore, l’originalità e la complessità strutturale e ideologica di 1984 o di Fahrenheit 451.

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Nel 1990 il regista tedesco Volker Schlöndorff (Wiesbaden, 1939) ricavò dal romanzo della Atwood una pellicola omonima interpretata, tra gli altri, da Robert Duvall, Faye Dunaway e Aidan Quinn.00855905

Nonostante il rispettabile curriculum del regista e degli attori, il film delude, poiché semplifica la trama e la psicologia dei personaggi, rendendo peraltro anche poco comprensibili alcuni passaggi. Il personaggio della protagonista, ad esempio, nel romanzo è assolutamente credibile nelle sue oscillazioni: trovandosi a vivere tra due epoche, è disorientata, ora rassegnata, ora disperata, ora capace di sprazzi di ironia e di coraggio; nel film invece (in cui peraltro la conclusione è stata significativamente modificata rispetto al romanzo) Difred appare complessivamente un personaggio più piatto, monocorde. Pure il personaggio di Nick, il Custode al servizio della casa del Comandante Fred, nella pellicola viene banalizzato eliminando le sue asprezze e le sue ambiguità. Anche gli umori sono resi in maniera meno efficace e dunque meno realistica: nel romanzo Difred esprime spesso una sensualità che soffre la repressione a cui è costretta confessando desideri a Galaad indicibili; questo tratto si perde nella pellicola.

Nel complesso, un film senza anima.

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Viviamo oggi un tempo che si potrebbe effettivamente definire distopico, in cui progetti idee ideologie hanno lasciato il posto al riflusso: un riflusso tanto più pericoloso perché sempre più immemore delle battaglie combattute e incosciente di fronte al rischio, invece assolutamente concreto, che le conquiste di quelle battaglie vadano perdute. Questo vale anche per le vittorie del femminismo. Le ragazze oggi appaiono meno consapevoli di sé, del proprio corpo, dei propri desideri, delle proprie ambizioni, rispetto alle loro nonne; se si può comprendere il rifiuto degli atteggiamenti più aggressivi e trasgressivi delle femministe di sessanta anni fa, che possono apparire ormai datati, legati appunto alla temperie delle lotte di rivendicazione, non si può però accettare il ritorno al modello della bambolina muta che deve solo fare bella mostra di sé o della donna che trova realizzazione solo nel ruolo di moglie e di madre.

Purtroppo il grande inganno delle società occidentali contemporanee è l’illusione della libertà: la dittatura del consumismo, della vacuità, dell’ignoranza, travestita da democrazia. Perciò  ragazze e donne possono svendere il proprio corpo e la propria dignità, credendo di essere libere e padrone di sé: fino al caso limite, ma assolutamente emblematico, delle baby squillo dei Parioli.

Bisogna reinsegnare alle donne a coltivare e a far valere anzitutto le proprie doti intellettuali e culturali e a curare la propria bellezza per se stesse e non ad uso dell’uomo; bisogna reinsegnare alle donne a non assecondare la logica maschilista che a tutt’oggi impera, seppure in maniera più subdola, suggerendo un’immagine della donna come carne da macello (su questo tema trovo molto efficace il documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne).

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