I migliori di noi – Andrea Scanzi

Andrea Scanzi nasce giornalista, lavorando soprattutto per il Fatto Quotidiano. Il suo stile effimero, pungente ed estremamente colloquiale lo mette in cima ai miei preferiti del settore. Per questo non appena ho saputo che un romanzo era all’ orizzonte mi sono incuriosita e ho deciso di comprarlo. Lo stile è sempre il suo: stream of conciousness del ventunesimo secolo, incalzante a tal punto che a tratti c’è da chiedersi se a parlare sia lui, o le molte voci narranti nella sua testa.
Estremamente autobiografico, questo romanzo nasce ad Arezzo, tra le mura della città vecchia, con le sue viuzze e i suoi luoghi di aggregazione, simbolo di un Italia che continua a brulicare fuori dai grandi centri e in cui tutti noi ci ritroviamo, più o meno nostalgicamente. Tema centrale è l’ amicizia tra il Fabio e Max, nati e cresciuti respirando la stessa aria aretina ma destinati per indole a fare scelte di vita diverse. Fabio è sempre rimasto attaccato al paese natale, mentre Max dopo aver riscosso un discreto successo in campo musicale, ha cercato fortuna in America ed è tornato in braghe di tela. Dopo trent’ anni di lontananza si ritrovano là dove stanno le radici, là dove si torna quando le cose non vanno e riprendono esattamente da dove avevano lasciato. Gli anni trascorsi sembrano noI-migliori-di-noi-covern aver intaccato lo spirito dei protagonisti, i due si  punzecchiano con lo stesso gusto scazzato che rendeva il loro rapporto unico e stimolante,  ma devono fare i conti con qualche imprevisto portato dal tempo come l’ attesa di una diagnosi importante, qualche grande amore, tanti rimpianti e altrettante domande.

Il contorno della narrazione è una citazione continua di film, musica (a spiccata prevalenza Roger Waters, chi l’avrebbe mai detto), luoghi simbolici e carichi di significato, personaggi caricaturali ma non per questo inverosimili. L’ esperienza di lettura è davvero particolare; Scanzi parla come mangia e scrive come parla, se questo sia un bene oppure no è davvero materia soggettiva. Personalmente, ho apprezzato moltissimo l’ impatto iniziale, brillante e scanzonato, perfettamente in linea con lo Scanzi giornalista da 500 parole,  ma nella seconda metà del romanzo la tendenza “radical chic” da intellettuale ipercritico rende la narrazione un po’ pedante e stucchevole, quasi a trasformare l’ uomo che vuole opporsi ad ogni stereotipo in uno stereotipo lui stesso.

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