L’arte di piangere in coro – Erling Jepsen

Alla presentazione del suo secondo libro, durante la manifestazione di “Più Libri più Liberi”, l’autore e drammaturgo danese Erling Jepsen esordisce con una barzelletta:

Un bambino dice alla mamma: “Mamma, mamma, il nonno si è impiccato in cantina!”. La madre, terrorizzata, va in cantina non trovando, però, nulla. “Non fare più questi scherzi”, lo rimprovera. “Ci sei cascata, risponde il bambino, il nonno si è impiccato in soffitta!”

La barzelletta sintetizza l’elemento che più caratterizza i danesi, l’umorismo nero. Il libro è un po’ più lungo di una barzelletta, ma è costituito dallo stesso spirito, da un tono che confonde l’ironia con la paura e l’inquietante con il grottesco.

La voce narrante è quella di un bambino di cui non sappiamo neanche il nome. Tutta la realtà è imagefiltrata dalla sua opinione che è insieme ingenua ma più disillusa di quella degli adulti. Il piccolo della famiglia si sente gravato da un’enorme responsabilità, quella di mantenere viva la serenità la felicità della famiglia E questo è possibile solo se il capofamiglia è sereno e felice. Il padre è un eroe agli occhi del bambino, è colui che ha il potere delle parole, che ai funerali riesce a far commuovere tutti e a cui tutti devono portare rispetto. Allora il bambino non esita due volte a convincere la sorella a scendere sul divano e dormire con papà quando è triste e solo. Più volte ha visto che i due dormivano insieme e il giorno dopo il padre stava sempre meglio, quindi ciò è necessario. Se poi la sorella trema tutto il giorno, è perché é egoista e non capisce le cose importanti. Allora il bambino inizia a pregare il suo santo protettore, Tarriele, una fusione tra Tarzan e l’arcangelo Gabriele. Lo prega affinché muoia qualcuno così che il padre possa fare un discorso e ottenere la considerazione di tutti; lui stesso fa una lista, pesando a chi potrebbe uccidere per facilitare le cose.

Il lettore inizia a ridere per questo bambino che non capisce, che crede di sapere tutto quando non immagina minimamente quello che succede nella sua famiglia. Ma pian piano il sorriso si trasforma in una smorfia, e poi quasi in lacrime quando il bambino scorge dalla finestra il padre che sta per impiccarsi e soppesa se dirlo alla mamma o correre a tagliare la corda per salvarlo.

Il nucleo del libro è la serietà della vita. Una serietà che viene sbeffeggiata e insultata, che appare in tutta la sua crudeltà agli occhi di un bambino che non si accorge di essa. L’arte di piangere in coro è per Jepsen e per il grande traduttore dal danese Bruno Berni, un grande monologo, un assurdo monologo che svela l’assurdità della realtà.